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venerdì 27 novembre 2009

Il mio Disco della Settimana (41)

Dopo qualche giorno di pausa rieccomi qui! E torno insieme alla raccolta (ma in realtà è molto più di una semplice raccolta) di Moltheni. E spero vivamente che contrariamente a quanto annunciato questo non sarà il suo ultimo disco..

Moltheni - Ingrediente Novus
(La Tempesta Dischi/Venus)

1.Petalo
2.Il circuito affascinante
3.Fiori di carne
4.Gli anni del malto
5.Nutriente
6.In centro all'orgoglio
7.Zona monumentale
8.L'età migliore
9.E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi
10.Corallo
11.Il bowling o il sesso
12.Suprema
13.Nella mia bocca
14.Un desiderio innocuo
15.Montagna nera
16.La fine della discografia italiana, nell'illusione di te
17. Per carità di stato

"Questo cd ha il sapore di un epilogo, era ora che facessi pace con me stesso e con alcuni vecchi brani. Sento il bisogno di staccare la spina, di porre fine alla routine. Non mi diverto più. Ho deciso di mettere in stand by Moltheni", dice Umberto a XL. Beh sarebbe davvero un peccato vista la pochezza dell'attuale panorama discografico italiano e personalmente faccio gli scongiuri, visto che lui è, come chi legge questo blog sa bene, il mio cantautore italiano preferito. Come faccio quindi a parlarvi obiettivamente di questo disco? Non credo di poterlo fare, visto anche che racchiude alcune fra le mie canzoni italiane preferite di sempre, però una breve panoramica occorre che la faccia, visto che era stata già annunciata da tempo. Dunque, tanto per cominciare, di IMPERDIBILE c'è il DVD allegato al disco con due live (uno acustico, solo Umberto, voce e chitarra e l'altro elettrico con tutta la band, oltre ad altre chicche..). Ma di IMPEDIBILE ci sono anche alcuni vecchi pezzi (da 'Natura In Replay') in una nuova versione riveduta e corretta (in primis 'Nutriente' dal lontano Sanremo 2000) che acquistano un nuovo spessore nell'attualità sonora di modernariato (registrazione analogica, strumentazione vintage) dell'ultimo Moltheni. IMPERDIBILE è però anche il secondo inedito, che chiude il disco (mentre il primo 'Petalo' già sentito live quest'estate lo apre) 'Per carità di Stato' che è una lucida e spietata analisi dell'Italia politica e sociale di oggi (una sorta di 'Povera Patria 2009' se Battiato fosse ancora in grado di scriverla). Cito solo una strofa: "..l'Italia inquinata, l'Italia che apparentemente reagisce e poi finisce in un TG al tasto 4 del mio telecomando..". IMPERDIBILE è anche, contrariamente a quanto annunciato in precedenza, la terza versione in cinque anni di 'Suprema' (qui con gli archi arrangiati da Enrico Gabrielli degli Afterhours) e la nuova versione di 'Zona Monumentale' che Umberto cede completamente all'interpretazione vocale stralunata ed incazzata al tempo stesso di Vasco Brondi (Le Luci Della Centrale Elettrica). Le altre guest stars su 'Ingrediente Novus' sono invece Mauro Pagani, Massimo Martellotta (Calibro 35) e Ilenia Volpe. 'Eternamente, nell'illusione di te' (da 'Toilette Memoria') diventa invece uno strumentale altamente psichedelico e dal sapore davvero di commiato visto anche il nuovo titolo di 'La fine della discografia italiana, nell'illusione di te'. E io quindi mi sono anche un pò stancato di ripetere la parola 'IMPERDIBILE' (per di più grassettata), spero vivamente che il concetto sia passato! Naturalmente (come sempre per la musica italiana) io non sharo il disco, ma se qualcuno fosse ancora in dubbio sul suo acquisto o meno vada sul sito di XL-Repubblica e se lo ascolti pure tutto in streaming!!!!

C'è anche uno stralcio dell'intervista e 2 video tratti dai due live del DVD

Voto: 9

martedì 17 novembre 2009

Il mio Disco della Settimana (38, 39 e 40 in pillole)

In questo 2009 ci sono settimane di calma piatta musicale e settimane in cui è davvero difficile scegliere un disco come degno rappresentante. Questa settimana ad esempio, anche in considerazione del fatto che sono rimasto decisamente indietro con questa 'rubrica' ve ne pappate ben tre!

Martha Wainwright - Sans Fusil, Ni Souliers, A Paris
(V2 Uk/Zoom)
Per questo disco ringrazio l'amico Jotien che ora oltre a contribuire a bolachas.org ha anche il suo interessantissimo blog personale. Well, ho sempre pensato che fra i quattro cantautori della famiglia Wainwright/McGarrigle la più dotata fosse sempre stata proprio la più piccolina e finalmente dopo un paio di album così così mi sforna un disco con cui il nostro Amalteo si leccherà i baffi (che non ha!) :) Si tratta di un album di cover, un pò in studio e un pò live (cosa non proprio entusiasmante), ma eseguito, suonato e prodotto in modo ineccepibile (cose davvero tutte entusiasmanti). Martha ha scelto fra il repertorio della Piaf una serie di pezzi assolutamente non scontati, tutti di un'intensità emotiva fuori dal comune e con la bacchetta magica di Hal Willner (il suo classicismo nella produzione è davvero perfetto in operazioni come questa) oltre che con l'aiuto di un manipolo di musicisti sopraffini (tra cui spiccano i Johnsons Thomas Bartlett aka Doveman al piano e Doug Wieselmann ai fiati e alla chitarra elettrica) riesce a farci immergere fin da subito nelle atmosfere colorate di Pigalle e in quelle bohemien di Montmartre. E' evidente un certo rispetto per l'opera originale della Piaf eppure il tutto risulta avere anche un sapore musicale moderno grazie all'apporto del già citato Willner dove la vocalità della Martha sembra muoversi finalmente a suo agio (già nel tributo a Cohen, quando interpretò 'The Partisan' si capiva come fosse tagliata per un certo tipo di cose). Davvero una bella sorpresa che vi invito a provare! Voto: 8+


Vic Chesnutt - Skitter On Take-Off
(Vapor Records)

Probabilmente su questo disco le aspettative erano diverse, sia per la strada musicale intrapresa ultimamente da Chesnutt sia per la presenza di un altro grandissimo, cioè Jonathan Richman, in cabina di regia, rispetto a quello che poi è stato il risultato finale. Ma si tratta solo di una questione di aspettative sonore, perchè ad ogni modo l'album risulta essere l'ennesima perla da annoverare nella ormai quasi ventennale carriera discografica dell'uomo di Athens. C'è un ritorno alle origini in 'Skitter On Take-Off', un togliere, togliere, togliere fino a riportare le canzoni alla scarnificazione voce-chitarra acustica. Niente supergruppo Constellation, ma nemmeno i Bill Frisell e i Van Dyke Parks (di 'Ghetto Bells') o i Lambchop (di 'The Salesman And Bernadette') solo Vic e le sue poesie in musica. Operazione rischiosa per tutti, ma non per il più grande cantastorie vivente. E quando dico 'cantastorie' non intendo solo nel senso della scrittura, ma anche in quello del modo un pò obliquo di arpeggiare la chitarra e dell'intensità vocale che Chesnutt riesce sempre a sfodarare. La drammaticità di pezzi come 'Rips In The Fabric', le intime meditazioni di 'Dimples' e le taglienti visioni sulla scocietà moderna di 'Feast In The Time Of Plague' o 'Dick Cheney', pur così lontane dal mondo sonoro di 'At The Cut' (uscito solo un mese fa) rappresentano comunque e nuovamente esempi di quanto di meglio si possa ascoltare oggi su un disco. Voto: 8,5


Evening Hymns - Spirit Guides
(Out Of This Spark Records)
Per la scoperta di questo dischetto qui invece bisogna che ringrazi kole di oursociety e col suo blog dedicato al psych-folk. Si perchè si tratta davvero di una piacevole scoperta. Jonas Bonnetta, cantautore di stanza in Ontario e già piuttosto attivo negli ultimi anni si presenta con un nuovo moniker, che dice già molto della sua musica, e cioè Evening Hymns e con un album decisamente perfetto per questo clima autunnale. Anche la copertina del disco con quella montagna avvolta dalla nebbia, peraltro, dice molto delle tracce che esso stesso contiene: la ricerca melodica alla Grizzly Bear mitigata da un'attitudine da collettivo sonoro indie-canuck alla Arcade Fire e con un continuo retrogusto di autunnali maliconie alla Weinland o alla Wooden Sky. Ok, detto così mi rendo conto che non si capisca molto bene cosa intenda. Diciamo quindi, per semplificare, che si tratta di uno squisito disco pop, con screziature folkeggianti ed arrangiamenti decisamente ricchi, seppure sempre ai margini del lo-fi, con contributi di archi, fiati ed organo che sembrano provenire dai margini di una foresta sotto un'incessante pioggia battente. Se l'autunno è davvero arrivato, questo 'Spirit Guides' è la sua perfetta colonna sonora. Voto: 8

mercoledì 4 novembre 2009

Il mio Disco della Settimana (37)

Ascolto sporadicamente questo disco da un mese e mezzo circa, completamente indeciso sul giudizio nel merito. Indeciso non significa che non so se dargli 6,5 oppure 7, no il range è decisamente e sensibilmente più ampio: mi piace e mi disgusta allo stesso tempo. Poi stamattina onan pubblica sul suo blog la versione censurata del secondo singolo e a me la censura, di qualsiasi tipo e genere, provoca immediatamente un effetto contrario e decido che il mio voto non è 2, bensì 8.

GIRLS - Album


Audio CD (2009)
Original Release Date: September 22, 2009
Number of Discs: 1
Label: Matador/True Panther Sounds
ASIN: B002GNOMJ4
GENRE: Pop, Alternative, Surf

1. Lust For Life
2. Laura
3. Ghostmouth
4. Goddamn
5. Big Bad Mean Motherfucker
6. Hellhole Ratrace
7. Headache
8. Summertime
9. Lauren Marie
10. Morning Light
11. Curls
12. Darling

Meno per meno da sempre e comunque più. Nel senso cioè che la produttoria (con n pari) di negativi da un risultato positivo. Mmm, mi sa che questa l'ho cominciata davvero male. Ok avete presente un oggetto che assomma in se una così talmente ampia gamma di cose raccapriccianti che prima ti colpisce per la sua bruttezza e poi però ti fa cominciare a pensare. Però, si è vero, ma nel suo insieme tutte quelle cose raccapriccianti stan bene. Anzi devono essere proprio così per dare un senso al tutto. E sai una cosa? Tutto sommato quell'oggetto non è affatto male proprio per questo. Ok, ho proseguito peggio? Il fatto è che non trovo altre metafore per spiegare come sono giunto alla mia valutazione finale sul primo album dei Girls. Ora, due bellimbusti della Bay Area tutt'altro che gay che si fanno chiamare 'girls' potrebbe significare già qualcosa. Il fatto poi che il frontman Christopher Owens deve sfogarsi dopo aver trascorso i primi 16 anni della sua vita in una comune religiosa al limite della setta fanatica è già un altro bel tassello. Ora aggiungiamo un'attitudine punk alla Costello (giovane) ed una naturale predilezione per il jangle pop Beachboysiano. Il tutto va poi miscelato con testi di una maturità degna di un quindicenne impasticcato e dall'ormone sovraeccitato e con una resa sonora degna dei peggiori Glasvegas (ma immaginateveli anche strafatti). Il risultato? Comunque la pensiate (cito anche Santoro, evvai!) è oggettivamente esplosivo. Come quegli spot odiosi alla TV che più li passano e più sono odiosi, odiosi fino a quando non ci accorgiamo al Supermarket che abbiamo riempito il carrello col prodotto pubblicizzato proprio in quello spot. Insomma non ho convinto nessuno sulla bontà di questo disco, vero? Allora, occorre precisare che le dodici tracce, che siano venate di post-punk (come l'apripista 'Life For Lust' dal video 'incriminato' che poi in calce posterò anch'io), '60 ballads con coda finale lisergico-progressive ('Laura'), scarabocchi lo-fi-psych-acid-folk (Goddamned), kitschate da surf music (la talmente esagerata da risultare irresistibile 'Big Bad Mean Motherfucker'), i 7 minuti di epicità schitarrante ('Hellhole Ratrace') e le andature caracollanti da Animal Collective (almeno a quelli fino a 'Sung Tongs', diciamo) sono tutto frutto di una sincera, genuina a tratti anche ingenua urgenza di fare musica. Con loro non c'è bisogno di chiedersi se ci sono oppure se ci fanno solo. E' talmente evidente. Ed evidentemente accattivante. Quindi.. accattatev'ill.

Voto: 8

NUOVO LINK


P.S.: Questo invece il video censurato e che invece io trovo delizioso proprio perchè esprime perfettamente la follia e la gioia di vivere (finalmente) liberi del pezzo. Poi se in un mondo in cui il presidente USA si fa spompinare da una stagista alla Casa Bianca (per non parlare dei nostri festini di Palazzo Grazioli) tre secondi di un video musicale in cui viene ironicamente mostrato un diverso e creativo uso del pene fa tanto scandalo da richiederne una nuova e più edulcorata versione, beh che vogliamo farci?

GIRLS - 'Lust For Life'





lunedì 2 novembre 2009

Il mio Disco della Settimana (36)

E' proprio vero che a volte le più grosse sorprese si nascondono proprio dove meno te le aspetti!

WILL JOHNSON/JASON MOLINA - Molina & Johnson


Audio CD (2009)
Original Release Date: November 2, 2009
Number of Discs: 1
Label: Secretly Canadian
ASIN: B002PAD2MG
GENRE: Singer/Songwriters.

1. 20 circles to the ground
2. All falls together
3. All gone all gone
4. Almost let you in
5. In the avalon/Little killer
6. Don't take my night from me
7. Each star marks a day
8. Leonore's lullaby
9. The lily and the brakeman
10. Now divide
11. What you recon, what you breathe
12. For as long as it will matter
13. 34 blues
14. Wooden heart

Raramente m'è capitato di ascoltare davvero perfettamente riuscita un'operazione come questa e cioè quella di due stimati cantautori che s'inseguono per 15 anni e che alla fine si trovano per un'opera a 4 mani. Riuscita a prescindere da chi siano i cantautori in questione nonchè dai gusti soggettivi di chi poi si accinge ad ascoltare il risultato: la perfetta fusione di due mondi che magari correvano in parallelo, ma che non si erano mai toccati finora, uno squisito equilibrio formale e sostanziale senza che l'uno travalichi o prevarichi l'altro. Will Johnson, penna voce e cuore dei Centro-Matic (e del loro spin-off intimista South San Gabriel) col suo pop-rock adult oriented e Jason Molina (già Songs:Ohia e Magnolia Electric Co.) con il suo percorso di cantautorato moderno che lo ha condotto musicalmente fino alle radici sepolte a Nashville, Tennessee. Il frutto del loro incontro lo si poteva immaginare svogliato o quanto meno manieristico, ma onestamente era difficile sperare in un tale gioiellino splendente. Anzi, forse splendente proprio no, vista l'ambientazione prettamente notturna ed intima delle 14 tracce che contiene, però comunque brillante tra i riflessi lunari del Texas dove in soli 10 giorni è stato suonato, inciso e prodotto. Tanto per capirci il buon Solventi di Sentireascoltare.com esordisce con: "L'uscita programmata per il 2 novembre sembra parecchio azzeccata per un disco non proprio garrulo anzi piuttosto cimiteriale. Del resto, da un'accoppiata del genere non c'era da attendersi un lavoro da far suonare alla vostra festa di compleanno". Un pò di ragione ce l'avrebbe anche, però non si pensi (citando il fu Walter V.) che questo sia un disco funereo o addirittura cinereo. Non è così. Questo è invece un lavoro in cui è la semplicità delle canzoni ad essere in primo piano, canzoni più o meno belle (quelle col segno 'più' sono in larghissima maggioranza, peraltro) che non hanno bisogno di molto altro della loro pura essenzialità per risaltare nel marasma musicale odierno. La stessa essenzialità di quelle di un Will Oldham (prima di autoincoronarsi a principe) o di un J.Tillman: voci (entrambe ispirate e vibranti), chitarra e poco altro (in modo random fa capolino il piano, un violino, il wurlitzer, addirittura un theremin, ma giusto per contrappuntare la voce sopra la melodia). Di singoli episodi da segnalare ce ne sarebbero anche ('Leonore's lullaby' e 'What you reckon what you breathe' su tutte), ma questo è un album che a mio parere trova il suo perchè nell'ascolto completo e ripetuto. Cosa che consiglio vivamente!

Voto: 8,5

NUOVO LINK

lunedì 26 ottobre 2009

Il mio Disco della Settimana (35)

Diciamo subito a scanso di equivoci che Devendra è sempre il solito fricchettone figlio dei fiori anche alla Warner, cioè quindi che chi lo ha apprezzato in passato continuerà a farlo, mentre probabilmente chi lo ha sempre detestato difficilmente potrà trovare degli spunti per cominciare un'inversione ad U proprio col suo primo disco per una major. Però questo è in assoluto il suo album più accessibile alle masse tutte (e non poteva non essere così), un grande album a prescindere secondo chi vi scrive!

DEVENDRA BANHART - What Will We Be?


Audio CD (2009)
Original Release Date: October 27, 2009
Number of Discs: 1
Label: Warner Bros
ASIN: B002OLV3KO
GENRE: Alternative, Acid-Folk, Rock.

1. Can't Help But Smiling
2. Angelika
3. Baby
4. Goin' Back
5. First Song For B.
6. Last Song For B.
7. Chin Chin & Muck Muck
8. 16th & Valencia Roxy Music
9. Rats
10. Maria Lionza
11. Brindo
12. Meet Me At Lookout Point
13. Walilamdzi
14. Foolin'


Delego la recensione all'ottima FeDz che ha espresso perfettamente e con parole molto più intelleggibili rispetto a quelle che avrei usato io ogni mio pensiero al riguardo. La sua eccellente (e condivisa al 100%) recensione la potete leggere qui. Al massimo io proverei a rispondere all'interrogativo che lei lascia in sospeso e cioè Devendra ci è, ma ci fa anche. Nel senso che lui è esattamente così come appare anche quando registra, arrangia e (post) produce fin nei minimi dettagli (è cioè lo stesso che registrò tutto il primo album dalla segreteria telefonica del suo cellulare) , però soprattutto su questo 'What will we be?' gioca anche a fare, un pò compiaciuto, il Devendra. Il rischio è soprattutto quello della troppa carne al fuoco, col risultato di sfornare un caleidoscopio sonoro dall'alto tasso alcolemico in cui cioè è molto facile ubriacarsi data l'intensità e la consapevole follia degli accostamenti cromatici che propone. D'altronde lui è un pò l'unico artista vivente a poter essere davvero credibile nel miscelare i Black Crowes zeppeliniani di 'Rats' a Crosby Still Nash & Young di 'Goin' Back' fino a cambiare 4 volte arrangiamento all'interno della geniale ed unica nel suo genere 'Chin Chin & Muck Muck' (dal jazz, al mariachi, passando per il country). Devendra goes mainstream. we like him anyway!


Voto: 8

venerdì 23 ottobre 2009

Il mio Disco della Settimana (34)

Sul sito ufficiale della band campeggia la dicitura: "The result is a beautiful album that will appeal to fans of Antony & The Johnsons, Nina Simone, Jacques Brel, Nick Cave, Marianne Faithfull, Gavin Friday and Tom Waits". Personalmente non posso che concordare ed inoltre appartenendo il sottoscritto a tutte le suddette categorie era praticamente impossibile che i Dez Mona non venissero (più che) segnalati sul mio blog!

DEZ MONA - Hilfe Kommt


Audio CD (2009)
Original Release Date: October 19, 2009
Number of Discs: 1
Label: 62Tv records/Bang!Music
ASIN: B002M9FYBW
GENRE: Alternative, Jazz, Indie.

1. Beyond Redemption
2. Carry On
3. Get Out Of Here
4. In The Yard
5. Distinguished Way
6. Passage To The Sun
7. Road
8. Jack's Hat
9. Our Time
10. My Friend


Il mio amico Philip (in realtà più un fratello che un semplice amico) sono anni che tenta di introdurmi nel magico mondo di questa band belga e stavolta, approfittando anche della loro meravigliosa nuova uscita discografica, credo proprio ci sia riuscito. Ora per un attimo dimenticatevi tutti i nomi che ho elencato nell'introduzione di questo post e seguitemi in questo ragionamento immaginifico. Prendiamo una manciata di pezzi degli Arcade Fire, riponiamoli nelle mani del genio assoluto che fu John Coltrane fregandocene dei paradossi spazio-temporali, lasciamo che ci lavori un pò su ed aspettiamo che rispedisca al mittente il risultato così che Vin Butler possa ricantarli con la sua voce. Ecco, se proprio volessimo scegliere una metafora per descrivere questo 'Hilfe Kommt' direi che proprio quella potrebbe essere la più giusta. I Dez Mona sono infatti e soprattutto la voce e la penna di Gregory Frateur ed il contrabbasso di Nicolas Rombout su cui poi in concetto di band s'è allargata fino a ricomprendere i musicisti che li hanno sempre accompagnati dal vivo (basso elettrico, piano, batteria, archi ed ottoni). Proprio la dimensione 'live' è poi fondamentale per entrare nell'universo dei Dez Mona visto che la notorietà (in Belgio, Olanda, Germania e UK) deriva dai loro incredibili sets, cioè ben prima del loro debutto discografico del 2007. La loro musica è jazz, perchè la strumentistica è quella del jazz, ma possiede anche un'attitudine rock (a tratti anche punk) a tutti gli effetti e nonostante la loro assoluta originalità espressiva, la caratteristica che forse più di ogni altra ne marca i tratti distintivi è la capacità di essere sperimentatori senza essere anche destrutturatori, alternativi ma anche accessibili, raffinati ma senza puzza sotto il naso. 'Hilfe Kommt' in questo senso è una sorta di loro manifesto musicale nel suo alternarsi di mid-tempos sincopati e ballads jazzate. La tensione non viene mai meno all'ascolto e approfitta di alcuni episodi fra i più qualitativamente elevati di questo 2009. A cominciare dal singolo 'Carry On' sorprendentemente la canzone più trasmessa dalle radio in Belgio e Olanda questa settimana (e dovremmo chiederci invece che cazzo di radio abbiamo noi!) e per finire con 'Passage To The Sun', una torch ballad talmente intensa e vorticosa che mi ha fatto appena cambiare le disposizioni testamentarie. La voglio assolutamente e senza deroghe di sorta durante la cerimonia della mia cremazione! Beh, ho detto tutto, no? Se però non siete ancora convinti, favorite il teaser ufficiale dell'album:






Voto: 8,5


Poi il giorno in cui anche sulle radio nostrane la canzone più trasmessa sarà una cosa come questa fatemi un fischio che vi offro a tutti la cena! :)

martedì 6 ottobre 2009

Il mio Disco della Settimana (33)

Cioè in realtà sarebbe il disco del giorno di Joyello, ma tanto io non saprei assolutamente scriverne meglio di come lo ha fatto lui (e nonostante io non sia esattamente sempre carino nei miei commenti alle sue recensioni, ma quanno ce vò, anche in senso buono, ce vò! :D).


Audio CD (2009)
Original Release Date: October 6, 2009
Number of Discs: 1
Label: Temporary Residence
ASIN: B002M9FYBW
GENRE: Rock

1. When You Finish Me
2. Wasteland
3. Witching Stone
4. Rats
5. Heaven and Hell
6. Drugs
7. All My Steps
8. Forget My Heart
9. Liar's Ink
10. Suicide
11. Back To The Underground
12. Last Chance
13. Iri Sulu



Voto (il mio): 8

venerdì 18 settembre 2009

Il mio Disco della Settimana (32)

E' stata dura, ma alla fine ha vinto HELP: John Balance santo subito!

This Immortal Coil - The Dark Age Of Love

Audio CD or Double Vinyl (12 October, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Tilt music/Ici D'Ailleures


1. The Dark Age Of Love
2. Red Queen
3. Ostia
4. Chaostrophy
5. Love Secret Domain
6. Tattoed Man
7. Teenage Lightening
8. Amber Rain
9. Cardinal Points
10. Blood From The Air
10. Outro LSD

Alla cerimonia funebre di John Balance, nel novembre 2004 a Bristol, non c'erano nemmeno cento persone, ma questo non poteva stupire visto il percorso di vita (non solo quello musicale) di questa sorta di sciamano allucinato dei tempi moderni. Allo stesso tempo non stupisce che qualcuno abbia voluto oggi tributarne l'opera. Peter Chrisopherson il suo compagno nella vita (oltreche nei Coil) dopo l'ascolto di questo album ha detto: "“I LOVE THEM. It is the first time somebody with musical sensibility and talent has put so much time and effort into covering Coil songs. It totally passes my "hairs on the back of your neck standing up" test for the whole running time of the album. I was awe-struck..". Ed io modestamente non posso che concordare e confermare. In genere parto sempre prevenuto di fronte a progetti come questo che abitualmente hanno il difetto di essere una collezione di canzoni eseguite dai più disparati artisti senza un filo conduttore (ognuno che tira musicalmente dalla propria parte), figurarsi cosa poteva uscirne approcciando l'universo post-industrial dei Coil ed invece alla Ici d'Ailleurs hanno fatto davvero le cose come si deve. Innanzi tutto non sfugga il fatto che già nell'impostazione del disco s'è evitato di fare un VV.AA., bensì un vero e proprio team musicale e produttivo unico a vantaggio dell'omogeneità e della qualità sonora (omaggiando e parafrasando anche la 4AD e il suo super-gruppo This Mortal Coil), secondariamente non sono stati scelti artisti che potevano in qualche modo appartenere al mondo di Balance e Chrisopherson (Psychic TV, Nurse With Wound, Current 93, ma anche Marc Almond o i Nine Inch Nails) bensì a gente con altro background musicale seppur dotata di spiccato talento e sensibilità. E il risultato è davvero rimarchevole. Sotto la guida produttiva di Yann Tiersen e Oktopus 'The Dark Age Of Love' suona come un'opera a se stante in cui ogni pezzo viene suonato, cantato, prodotto e mixato al di fuori degli schemi musicali dei Coil, seppur mantenendone lo stesso pathos e la stessa intensità. I synth di Chrisopherson sono qui sostituiti da un ambientazione di sottofondo a volte cameristica in altre folkotronica ad accompagnare le narrazioni vocali dei vari artisti: la cantautrice franco-israeliana Yaël Naim colora di toni fiabeschi 'Tattoed Man' e 'The Dark Age Of Love', Matt Elliott (come suo solito) invece è meravigliosamente disturbante ed inquietante negli episodi da lui cantati e poi c'è il principe Billy. Mai sentito così vibrante ed a tratti oserei dire addirittura commosso quanto commovente in 'Ostia (The Death Of Pasolini)'. L'addolorata litania: ".. you can hear his bones humming into the sea of Rome, then murder me in Ostia.." diventa pura magia evocativa. Insomma il progetto This Immortal Coil è davvero uno dei migliori album tributo che abbia mai ascoltato, oltre che una delle perle musicali dell'anno.

VOTO: 8,5



I This Immortal Coil sono: Yaël Naim, Bonnie Prince Billy, Yann Tiersen, Matt Elliott, DAAU, Chapelier Fou, Sylvain Chauveau, Christine Ott, Oktopus, Nightwood, David Donatien, Nicolas Jorio.

venerdì 4 settembre 2009

Il mio Disco della Settimana (31)

Si, lo so! Ne avevo messo un altro ieri, ma chissenefrega? Dopo la pausa di Agosto sta arrivando un autunno caldo (anche discograficamente) e questo disco ha appena buttato fuori dal podio 2009 del blog addirittura il mio Antony. E poi devo scriverne immediatamente, cioè prima che qualcun altro lo faccia in giro per il web, non voglio essere influenzato in alcun modo mentre proclamo questo disco l'album dell'anno con 4 mesi di anticipo!!!

Vic Chesnutt - At The Cut

Audio CD (September 21, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Constellation Records
ASIN: B002JODUH0
GENRE: Rock, Folk, Experimental.

1. Coward
2. When The Bottom Fell Out
3. Chinaberry Tree
4. Chain
5. We Hovered With Short Wings
6. Philip Guston
7. Concord Country Jubilee
8. Flirted With You All My Life
9. It Is What It Is
10. Granny

Caso ha voluto che lo citassi proprio ieri mattina quando ho scritto sul nuovo di Castanets e ho posto il suo 'North Star Desterter' del 2007 (per l'esattezza il mio disco preferito in assoluto del 2007) come pietra di paragone ineguagliata. A dire il vero pensavo ancora rimanesse a lungo ineguagliata, perchè non potevo immaginare di ritrovarmi stamane con questo nuovo diamante fra le mani. Adoro Chesnutt credo perchè scrive le canzoni che vorrei invano scrivere io con quel suo essere lucido, diretto, onesto e dopo la parentesi dello scorso anno con l'esperimento fatto insieme agli Elf Power, riuscito a metà a parer mio, torna con un album dotato di una bellezza lancinante, a tratti dolorosa, fingendo peraltro che il progetto Dark Developments non sia mai esistito, tanto che comincia esattamente dove e come finiva 'North Star Deserter'. Guy Picciotto (Fugazi) in regia (e chitarra elettrica) ed il supergruppo Constellation (coi membri di A Silver Mt. Zion e Godspeed! You Black Emperor) alla manovalanza strumentistica. L'opening track 'Coward' è infatti la perfetta canzone manifesto dell'opera di Chesnutt oltre ad essere anche una delle più belle canzoni di questi ultimi anni. Il disperato e rabbioso ripetere: "Sono un codardo, sono un codardo, sono un codardo.." sopra le potenti 'orchestrazioni' shoegaze di Picciotto riuscirebbe a far sanguinare davvero anche il più insensibile dei cuori. Insomma se è codardo lui, in sedia a rotelle da quando aveva 18 anni dopo un'infanzia travagliata e senza dimora e dopo essere poi riuscito coraggiosamente ad uscire dal tunnel dell'alcol e della droga, allora tutti gli altri che devono dire? Poi segue 'When The Bottom Fell Out' esattamente opposta alla precedente: tanto minimalista ed intima, quanto 'Coward' è invece strabordante, seguita dall'altrettanto ottima 'Chinabelly Tree' una rock ballad davvero coi controcazzi. 'Chain' e 'We Hovered With Short Wings' invece conducono Chesnutt fino ai margini del jazz con arrangiamenti arricchiti da un pianoforte molto swingin' (la prima) e dal contrabbasso (la seconda). Proprio 'We Hovered With Short Wings' è un'altra vetta dell'intero disco col falsetto di Chesnutt a destreggiarsi su parole di vera e propria poesia. Con 'Philip Guston' si torna però al potente shoegazing fatto di chitarre distorte e ritmica ossessionante, mentre in 'Concorde Country Jubilee' e 'Flirted With You All My Life' Chesnutt da sfoggio del suo blues pastorale e distorto al tempo stesso. 'At The Cut' si chuide infine con un'accoppiata di folk ballads di commovante lucidità. "I am a monster like Quasimodo or Caliban, the natural man ‘giving wild ripostes to my reflection.." canta in 'It is what it is', un'autobiografia così lucida e priva di qualsiasi autocommiserazione da risultare null'altro che commovente e sincera. L'uomo di Athens, Georgia, è tornato e 'At The Cut' si candida ad entrare nei classici. 'U' di uomo e 'C' di classici, in maiuscolo, please!

VOTO: 9,5

Ora, ascoltate e ditemi se 'Coward' è o non è la canzone dell'anno!

giovedì 3 settembre 2009

Il mio Disco della Settimana (30)

Della serie: 'folgorazioni di settembre'. Ah, era 'impressioni'? Beh, va bene uguale!

Castanets - Texas Rose Thaw & The Beasts

Audio CD (September 22, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Asthmatic Kitty
ASIN: B002JODUH0
GENRE: Indie, Folk, Blues, Experimental.

1. Rose
2. On Beginning
3. My Heart
4. Worn From Flight With Fireworks
5. No Trouble
6. Thaw And The Beasts
7. We Kept Our Kitchen Clean And Our Dreaming Quiet
8. Down The Line, Love
9. Lucky Old moon
10. Ignorance Is Blues
11. Dance, Dance

E così il freakadelico Raymond Raposa (aka Castanets) al quinto tentativo trova il Disco con la 'D' maiuscola! Non che i suoi precedenti fossero malvagi (soprattutto 'Cathedral' e 'City Of Refuge') però qui c'è un triplo salto in avanti davvero notevole. Non viene meno nell'abitudine di creare una sorta di universo sonoro a se stante, di quelli che ti fanno letteralmente estraneare da tutto e tutti all'ascolto, ma qui finalmente l'indubitabile bellezza viene messa a servizio dell'accessibilità musicale da parte di tutti. 'Texas Rose Thaw & The Beasts' è infatti un album che non esclude nessuno dal poterlo apprezzare. E si che viste le premesse dovevamo aspettarci una cosa del genere, annunciati i crediti del disco! Praticamente tutta la Asthmatic Kitty ne è stata coinvolta (da Sufjan Stevens a DM Stith, passando per i Black Heart Procession) in vario modo a testimonianza dell'importanza di questa uscita per l'intera etichetta (peraltro una delle più importanti nell'indie music a stelle e strisce) e il risultato, non vorrei essere tautologico o vincenzomollicogico ma lo ribadirei ancora una volta è davvero fenomenale. Si comincia con 'Rose' una ballata acid-folk disturbata alla Devendra Banhart per poi proseguire in quella sorta di ninna nanna lisergica e funerea che è 'On Beginning' e già la grandezza dell'opera risulta chiara. I precedenti intermezzi noise di rumori fracassanti lasciano il posto ad un leggero accompagnamento in sottofondo, le atmosfere disturbanti qui non distruggono, casomai accompagnano. E il prosieguo dell'ascolto non fa che confermare tutto questo. Dalle soffuse inquietudini blues alla 'North Star Deserter' di Vic Chesnutt (e chi ha amato quel disco, come me, sa cosa intendo) che pervadono 'My Heart', all'incedere malato e maestoso (molto Black Heart Procession) di 'No Trouble' fino a certe epiche solennità di indubbia floydiana memoria presenti nelle tracce semi-finali del disco 'Lucky Old Moon' e 'Ignorance Is Blues'. Insomma uno dei dischi in assoluto più belli del 2009, dal canto mio nessun dubbio.

VOTO: 9+
o

giovedì 13 agosto 2009

Il mio Disco della Settimana (29)

Sono in partenza per la Grecia, ma prima non poteva mancare qualche parolina sul disco 'bomba' dell'estate, anche perchè l'avevo già anticipato un paio di mesi fa sul blog. E' finalmente arrivato ed è davvero un GRAN disco!

Soulsavers - Broken

Audio CD (August 18, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Phantom Sound And Visiom
ASIN: B002B71TEQ
GENRE: Rock, Pop, Trip-hop.

1. The 7th Proof
2. Death bells
3. Unbalanced pieces
4. You will miss me when I burn
5. Some misunderstanding
6. All the way down
7. Shadows fall
8. Can't catch the train
9. Pharaoh's chariot
10. Praying ground
11. Rolling sky
12. Wise blood
13. An Epic Story
14. By my side

Ebbene chi si aspettava un 'It's not how far you fall it's the way you land' Volume II andrà parzialmente deluso, perchè 'Broken' è fatto di pasta decisamente diversa. Qui siamo non più al cospetto di Soulsavers ft. Mark Lanegan, bensì di un Mark Lanegan + guests produced by Soulsavers. Questo è un disco di Lanegan, non fatevi ingannare. E' un fottutissimo e stramaledettissimo disco di Lanegan, chitarroso e catarroso come solo i dischi di Lanegan possono essere!!! A ben ascoltare infatti si potrebbe dire che l'apporto compositivo dei Soulsavers sia limitato all'iniziale 'The 7th proof' e al trittico (semi) finale in cui fa capolino l'interessante voce alla Beth Gibbons/Hope Sandoval della giovane cantautrice australiana Rosa Agostino (aka Red Ghost), ma qualche downtempo con la drum machine è ben poca cosa di fronte alla potenza deflagrante della scrittura Laneganiana: luce oscura distorta ed ammaliante. E che dire della schiera di illustri ospiti vocali, da Mike Patton, a Richard Hawley, da Jason Pierce a Gibby Haynes? Tutti a fare da spalla alle sue inimitabili grevità da voce malata, inquietante e tenebrosa. Mi è difficile parlare poi dei singoli pezzi, ognuno trova un suo perchè all'interno dell'album ed ognuno è anche una piccola perla quando preso a se stante. Nel complesso lo trovo un disco oscuro senza essere triste, onirico senza essere sognante e cattivo pur essendo comunque un buon disco. L'ideale per i notturni afosi di questo fine Agosto. Bene, il compitino l'ho fatto, ora vado a preparare le valige. See you soon!

Ma tornando a Broken..
VOTO: 9

venerdì 7 agosto 2009

Il mio Disco della Settimana (28)

Anche loro passati per il live al Lazzaretto e con l'album probabilmente più affascinante della loro pluriennale discografia..

Giardini di Mirò - Il Fuoco


Label: Unhip/Audioglobe
Release Date: Sept. 2009
Genre: Post-Rock

01 la favilla 1
02 la favilla 2
03 la favilla 3
04 la favilla 4
05 la favilla 5
06 a favilla 6
07 la favilla 7
08 la vampa 1
09 la vampa 2
10 la vampa 3
11 a cenere 1
12 la cenere 2

Se li chiamo i Tortoise della bassa padana, s'offenderanno? Speriamo di no, perchè li ritengo senza ombra di dubbio una delle migliori band italiane e proprio dai pionieri del post-rock hanno preso l'attitudine strumentale da prateria desertica mitigata da un indubbio retrogusto pop. Il nuovo album poi è più una colonna sonora sui generis che un concept release. Nel senso che il Museo Nazionale del Cinema affidò loro nel 2006 il compito di musicare il capolavoro del cinema muto "Il Fuoco" del 1916 di Giovanni Pastrone e Gabriele D'Annunzio, compito svolto con estrema perizia a prescindere. Ho aggiunto il mio 'a prescindere' per lo stesso motivo che mi obbliga a non scrivere una recensione del disco stesso, cioè occorrerebbe conoscere il film per poter oggettivamente giudicare il lavoro dei 5 reggiani ora finalmente pubblicato su CD e doppio vinile. Da quello che ho potuto leggere, comunque il film, diviso in tre capitoli (“La Favilla”, “La Vampa”, “La Cenere”), è un melodramma drammatico in stile primo novecento e l'opera musicale di sottofondo ne ripercorre ritmicamente e visionariamente l'evolversi. Potrei comunque spendere un paio di paroline giustappunto sulla parte musicale. Ebbene ieri mattina avevo preso una mezza giornata di ferie ed ero in spiaggia, ovviamente super-affollata cacofonicamente, ma m'è bastato mettere 'Il fuoco' in cuffia e d'improvviso ero già altrove. In quella dimensione parallela fatta di spazi dilatati, ritmiche oniriche ed ossigenazione rarefatta. Insomma, un disco assolutamente affascinante e anche preso a se stante. La chiudo qui in rima baciata! :)

Voto: 8
no download
(sosteniamo la Unhip e l'ottima musica che pubblica!)

giovedì 23 luglio 2009

Il mio Disco della Settimana (25, 26 e 27 in pillole)

Luglio sta volgendo al termine e mi accorgo che sono rimasto decisamente indietro con le novità musicali più interessanti in cui mi sono imbattuto. Recupero quindi con un trittico che definire solo interessante è un pò sminuirne la portata e lo faccio con delle recensioni più stringate delle mie solite. Ciò non significa che saranno meno indicative, visto che come avrete potuto leggere, a volte riesco a perdermi facilmente dentro alle mie stesse parole. Ma andiamo con ordine:

Noah & The Whale - The First Days Of Spring

Passati anche loro, come Moltheni, per uno strepitoso live al Lazzaretto qualche giorno fa, col loro 'The First Days Of Spring' i Noè e la balena si confermano come una delle migliori e più originali band inglesi di questi ultimissimi tempi. L'album è buono, se non ottimo, nel suo fondere l'impressionismo cantautorale di Sufjan Stevens, il prog-folk dei The Decemberist e la propensione orchestrale di Rufus Wainwright. Originali gli arrangiamenti fra il sinfonico ed il bizzarro (dal vivo il bassista suonava contemporaneamente basso e glockenspiel) e senza più ospiti vocali femminili (Emmy The Great e Laura Marling) con la vocalità svogliatamente deprimente alla Bill Callahan di Charlie Fink finalmente centrata ed accattivante. L'unico appunto che potrei fare sarebbe solo che se questi per loro sono i primi giorni di primavera non oso immaginare quali suadenti malinconie li avvolgeranno all'approssimarsi dell'autunno, ma il disco si lascia ascoltare davvero bene, ma che dico: benissimo!
VOTO: 8+


J.Tillman - Year In The Kingdom


Fra le tante cose che non riesco davvero a capire per quanto concerne i meccanismi del successo in ambito musicale, quella che riguarda Tillman è una delle più incomprensibili. Cioè non riesco davvero a capacitarmi come dopo il successo di critica e pubblico di Justin Vernon aka Bon Iver (di cui è una sorta di padre putativo) e dei Fleet Foxes (di cui rimane sempre il batterista) il buon Tillman, giunto al suo sesto album solista, rimanga sempre ai margini della notorietà. E pensare che già 'Vacilando Territory Blues' uscito a cavallo di quest'anno era già di una notevole spanna superiore ai lavori dei due citati poc'anzi e questo 'Year In The Kingdom' è poi se possibile migliore. Testi al limite del misticismo e sensibilità lo-fi degna del miglior Micah P. Hinson, Tillman con la consueta essenzialità (che non significa però 'minimalismo' in senso stretto, viste anche le soluzioni in termini di arragngiamenti) sforna un piccolo gioiellino cupo ed arioso al tempo stesso. Assolutamente da segnalare.
VOTO: 8


Joe Henry - Blood From Stars
Ritroviamo Henry esattamente come lo avevamo lasciato su questo blog, cioè non con l'altrettanto ottimo 'Civilians' del 2007, bensì col raffinato lavoro di producing fatto per Toussaint e il suo ' The Bright Mississippi' e la traccia d'apertura dell'album è uno strumentale pianistico di rara intensità. E' solo l'introduzione però, che Joe Henry è al solito attratto da altro genere di cose quando si mette a fare il cantautore. Quali cose? In due parole: "Mule Variations'. Non mi viene in mente altro per sintetizzare musicalmente questo 'Blood From Stars', un miscuglio di rock, jazz, country, soul e folk, il tutto in salsa blues come solo Dio sa fare (ah, naturalmente Dio si chiama Tom e.. aspetta). Naturalmente non ne possiede il songwriting di taglio romanzesco, ne i guizzi di genialità, ma tutto questo viene mitigato dalla certosina cura del minimo dettaglio musicale, laddove in Waits sembra tutto più grezzo ed in qualche modo improvvisato. Certo quando ci si prefiggono tali Alti modelli e si vuol'essere addirittura più realisti del re il rischio che si corre è quanto meno quello che magari la chitarra 'parlante' di Marc Ribot sulla splendida 'Death To The Storm' alla fine ti rammenti più 'Sorella Luna' di Capossela che 'Make It Rain' del cui sopra Dio. Ma l'album è decisamente e comuqnue notevole! Davvero stra-consigliato.
VOTO: 8,5

venerdì 3 luglio 2009

Il mio Disco della Settimana (24)

Questo è un disco che cresce ad ogni ascolto, garantito..

VUK - The Plains


Release Date: April 24, 2009
Label: Johanna Kustannus/Pyramid
Genre: Experimental

1. Flint in The Pines
2. The Arms of Spirits
3. Red-beard
4. Accidental Mermaid
5. Gramophone and Periscope
6. Barefoot in Arizona
7. Kiss The Assassin
8. All My Worries
9. The Plains

“[...] The Plains esplora paesaggi virtuali, reconditi, giardini, carnevali, funerali e territori sottomarini, alimentati da sogni, meditazioni, memorie e Spaghetti-western. [...] C’è qualcosa, portato dai venti del Nord, che proviene da un punto non ben individuato della sconfinata foresta finlandese, che arriva fino a noi. Immagini sconnesse che si fanno via via più definite… Abbarbicata sullo scranno dell’organista in una cappella sepolta nel muschio, Vuk scaglia la sua voce elegante ma ferma: il pentacolo incandescente davanti all’altare evoca con forza lo spirito di Nick Cave. Preghiere ataviche di religioni dimenticate incorniciano desolate distese dell’anima, violentata dalle fiammate inquietanti di una voce ultraterrena. Melodie rubate da musicisti ambulanti dell’Europa devastata dalla peste, untori strappati alla vita terrena di remoti villaggi ungheresi per un’immortale esistenza di schiavitù. [...] Attraverso le note, Vuk spia ciò che si agita nel profondo dell’ascoltatore, attraendolo con forza verso freddi abissi di oblio, in cui echeggiano le grida e i lamenti di milioni di anime [...]". Ora capirete bene che mi è un pò difficile aggiungere qualche parola alla recensione così evocativamente precisa di Lorenzo Righetto su Monthly Music, però dovrò comunque farlo. Orbene innanzi tutto potrei cominciare a dirvi che sotto il moniker 'Vuk' si cela la 27enne Emily Cheeger, metà finlandese e metà newyorkese, ex Dirty Projectors e multistrumentista (su 'The Plains' suona organo a pompa, fisarmonica, armonica, xilofono, theremin, kalimba, kantele, piano, chitarra, basso e ogni genere di percussione e questo dovrebbe già dare un'idea dal taglio musicale che lo indirizza). E dunque, nonostante le origini il suo album risulta tanto lontano dalle rotonde orchestrazioni pop scandinave quanto dalle spigolosità della scena alternative di New York. Il fatto è che Vuk riesce a creare una sorta di realtà alternativa attraverso la fusione di più piani musicali differenti e ad incastrarti dentro questo mondo parallelo è proprio la sezione ritmica, diciamo concrete oriented. Non siamo ai livelli di Tom Waits su 'Bone Machine' (la macchina delle ossa, appunto, quando perlustrava tutte le pattumiere di L.A. alla ricerca di materiali ed oggetti disparati da usare come percussioni in studio di registrazione), però risulta indubbia una certa ricerca in questo senso anche da parte di Emily. Allo stesso modo anche il suo fascino vocale gioca un gran ruolo in questo percorso musicale, con versatilità, estensione e modulazione, Vuk è in grado di passare con estrema naturalezza dalle potenti escusrioni vocali in stile Bjork, fin alle eteree fragilità alla Kate Bush. Ecco proprio la Bush è l'unico nome che mi balza in mente se dovessi fare un paragone, più antropologico che musicale, tra Vuk e qualsiasi altro artista. Spendo infine qualche parola sui pezzi del disco, tutti di grande impatto e messi in tracklist con un crescendo deflagrante. A cominciare dal mantra sciamanico di 'Barefoot In Arizona' (il pezzo che ho messo nella mia compilation di Giugno, passando per 'Kiss The Assassin' (che prodotta da Timbaland e cantata da Beyoncè con gli inserti rap di Jay-Z sarebbe la Hit dell'anno in tutte le charts) e per l'esotica 'All My Worries' (che comincia col profumo di 'Libertango' per virare decisamente verso sapori di samba e rumba brasileira) e per finire con la title track, una suite di quasi 7 minuti che compendia tutto l'album coi suoi differenti movimenti musicali che si sussieguono e la voce di Vuk che declama una sorta di canto pagano. 'The Plains' è un disco alieno e forse non adatto a tutte le orecchie insomma, ma caspiterina se non è un gran disco!

Voto: 8,5

venerdì 12 giugno 2009

Il mio Disco della Settimana (22 e 23)

Un'altra accoppiata corposa, dopo il divertissment iguanesco, questa settimana (e così mi avvantaggio anche per la seguente). Entrambi questi dischi sono decisamente ragguardevoli, seppur per opposti motivi e ve li caldeggio fortemente a prescindere (mi dispiace solo che in tutto questo tourbillion mi siano rimasti non recensiti gli Eels, ma spero di recuperarli prima o poi!).


Mulatu Astatke/The Heliocentrics - Inspiration Information 3


Audio CD (April 14, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Strut Records
ASIN: B001RTYKHW
GENRE: Psych-Funk, Etno-Jazz.

1. Masengo
2. Cha Cha
3. Addis Black Widow
4. Mulatu
5. Blue Nile
6. Esketa Dance
7. Chik Chikka
8. Live From The Tigre Lounge
9. Chinese New Year
10. Phantom Of The Panther
11. Dewel
12. Fire In The Zoo
13. An Epic Story
14. Anglo Ethio Suite

Questo è OGGETTIVAMENTE il disco più bello dell'anno. Mi verrebbe di scrivere solo questa sacrosanta verità, perchè stiamo parlando di oggettività che prescinde i gusti personali e le diverse sensibilità di ognuno di noi, per cui non c'è alcun dubbio al riguardo. Però forse è il caso di spendere qualche parolina in più, perchè capisco che fidarsi (del sottoscritto) a scatola chiusa è esercizio alquanto difficile quando non deleterio tout court. Dunque Mulato Astatke è il più famoso e talentuoso musicista Etiope e non è più un ragazzino da tempo (ha suonato anche con Duke Ellington, e scusate se è poco!), uno di quelli che ha saputo tornare alle radici etniche, fatte di tribalità dell'Africa orientale, per sviluppare un nuovo linguaggio del Jazz contemporaneo. Gli Heliocentrics, invece, sono una delle principali band inglesi del genere jazz-funk-elettronico alla Buddha Bar (tanto per intenderci) che però dal drum & bass classico sconfinano spesso in vere e proprie derivazioni Hip hop. La Stout Record ha affidato a questo originale 'duo' il terzo capitolo della sua saga musicale dell'informazione ispirata ed il risultato è qualcosa di straordinario (e mai questa parola calza a pennello come in questo caso). 14 tracce di attualità assoluta, sospesa fra ancestralità e futurismo, in cui fanfare, archi elettronici, ritmi tribali, giri di basso funkeggianti, chitarre distorte e tasti jazz si fondono in un caleidoscopio sonoro mai banale e, ancor più sorprendentemente, mai ripetitivo. E quando sei arrivato in fondo non è possibile non rimettere tutto da capo. Per cui non ti curare se dalla musica cerchi solo suggestioni folk, raffinatezze jazz o energia rock, il mondo è ormai globalizzato baby, e questo disco non è altro che la sua perfetta rappresentazione sonora. 

VOTO: 9


e

Chris Garneau - El Radio


Audio CD (July 7, 2009)
Original Release Date: 2009
Number of Discs: 1
Label: Absolutely Kosher
ASIN: B002A4Q65M
GENRE: Chamber Pop, Alternative.


1. The Leaving Song
2. Dirty Night Clowns
3. Raw And Awake
4. Hands On The Radio
5. No More Pirates
6. Fireflies
7. Hometown Girls
8. Over And Over
9. Cats And Kids
10. Les Lucioles En Re Mineur
11. Things She Said
12. Pirates (Reprise)
13. Black Hawk Waltz

L'ennesima seconda prova discografica dell'anno che io aspettavo avidamente dopo il promettentissimo esordio di cui vi parlerò è, questa volta, quella di Chris Garneau (giovane cantautore e piansita di stanza a NYC, ma cresciuto a Parigi). Non so se qualcuno qui ha avuto modo di imbattersi nel suo 'Music For Tourists' nel 2007, quel disco rimane un piccolo gioiellino intimista, delicato e sognante, ma in questo nuovo lavoro gli orizzonti di Garneau si espandono e così anche l'approccio alla musica. Se infatti i tratti distintivi di questo 'El Radio' rimangono decisamente pervasi dell'abituale sottile malinconia (che però non sconfina in un sentimento di tristezza vero e proprio), non vi è più la preponderanza minimalista della struttura musicale piano e voce. Tutto l'album infatti è gratificato da strumentazione corposa e sontuosi arrangiamenti, a tratti finanche orchestrali. Così l'introduttiva 'The Leaving Song', con quegli archi potentemente onirici sembra un outtake da 'Hvarf' dei Sigur Ròs e la successiva 'Dirty Night Clowns' va a poggiarsi su ritmiche discordanti di batteria e violoncello (una roba mai sentita). Certo ci sono episodi decisamente meno riusciti nel susseguirsi delle 13 tracce e qualcuno potrebbe anche obiettare che i testi di Garneau lasciano molto spesso a desiderare, ma la sua voce, sempre piacevolmente stralunata ed appassionata al tempo stesso, riesce comunque a cucire il filo logico di un lavoro musicale davvero degno di nota: la creazione di una sorta di realtà alternativa dove tutto è dolcemente ovattato ed avulso da qualsivoglia frenesia. Un mondo alternativo e sognante in cui non sarà difficile perdersi.    

VOTO: 8+